Bentornati, Gentili Visitatori... E' passato del tempo, lo so e vi ringrazio per essere tornati. Sedetevi comodi, vi offro da bere e vi racconto una nuova storia
Di artigianato non ho mai capito un cazzo.
Non chiedermi perché son qui a lavorare: ho paura della risposta. Una botteghina di orologi con le sembianze di un gatto, temperini a forma di stella, delfini che si attaccano alle pareti col biadesivo e nuvolette con scritte che spaziano da “Mi fulmini in un istante, ti amo per una vita” a “Il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t amo”. Direttamente dai Baci Perugina.
Io non lo so modellare, il legno; è mio padre che si occupa di tutto, per me il lavoro consiste nel battere i prezzi alla cassa e fare pacchetti regalo con le etichette che pubblicizzano il negozio.
Fine.
Quando, da bambino mi veniva chiesto “Cosa vuoi fare da grande?” confessavo candidamente “Il chitarrista”, ma avrei detto qualunque altra cosa “L’astronauta, il meccanico, il ballerino”per non rispondere “L’artigiano come papà”. I più subdoli domandavano se mi sarebbe piaciuto fare l’artigiano come papà per mettere alla prova la sincerità di un ragazzetto di otto anni, ma non ho mai ceduto alla menzogna. Non da bambino.
Seimila euro. Porca vacca; dodici vecchi milioni. Chi ce li aveva da spendere per un book fotografico che non mi avrebbe garantito nulla? Io non lavoravo come papà e mamma nella bottega, se non saltuariamente. Avrei dovuto chieder loro un prestito e con che scusa? Non potendomi appellare ad un prossimo matrimonio, né ad un’operazione chirurgica in cliniche private, avevo dovuto optare per un XXX a cui, Dio grazie, i miei credettero senza fare una piega. Servizio fotografico fatto, soldi sborsati e null’altro. Non contavo le porte in faccia e i “le faremo sapere” e l’umiliazione ad ogni sguardo carico di compassione, forse per il confronto con qualche belloccio da sparare dritto su un catalogo di moda. Io nemmeno il “Postalmarket” ero riuscito a conquistare, fanculo…
Due mesi e mezzo. Due mesi, sedici giorni e cinque ore; ne mancavano tre al termine della giornata lavorativa, centottanta minuti. Li contavo tutte le volte che infilavo le chiavi nella serratura della porta, le sentivo scorrere lentamente sulla mia pelle, strisciavano dentro di me lasciando una scia di bava indelebile come lumache. Da dove derivi la mia idiosincrasia per l’attività di mio padre, non saprei dirlo; forse quando ogni sera tornava a casa con un porta spazzolini in legno, un appendiabiti, un astuccio in legno dalle più disparate forme non puoi fare a meno di odiarli, ma in realtà a me piacevano. Era la mancanza di ambizione a spaventarmi. Aveva imparato il mestiere da mio nonno che, probabilmente, l’aveva imparato dal mio bisnonno e non avrebbero mai immaginato che la catena, un giorno, si sarebbe interrotta. Papà non aveva mai pensato di fare altro, nella vita, non importava che il lavoro gli piacesse o meno; era quello che i suoi antenati avevano deciso per lui e questo bastava. Ma a me no. A me non importava se era una tradizione di famiglia e se, una volta morto papà, la centenaria bottega avrebbe dovuto chiudere. L’unica cosa di legno che avrei mantenuto sarebbe stata la chitarra, l’altra parte di me: la migliore, a pensarci bene, a pensarci adesso. Fare le cinque di mattina con lei, usarla fino allo sfinimento come una bella ragazza con la sola differenza che la chitarra l’amavo. Un suono sensuale, un suono arrabbiato, un suono malinconico… I miei suoni, il mio respiro, il mio futuro. Ma mio padre non aveva capito, lui non aveva mai avuto un futuro
Una poltrona rossa, qualche gnocca provocante, un po’ di starnazzamento come contorno e, soprattutto, tante tante telecamere. Fare “il Tronista” era divertente, una specie di doppia vita: le riprese, le uscite videomonitorate con le ragazze che venivano negli studi televisivi a far finta di essere interessate a me quando, invece, condividevamo la stessa ambizione per la popolarità facile e, una volta fuori da lì, paparazzi curiosi di scoprire come e soprattutto con chi trascorreva le proprie giornate Nicola Del Carro, tronista a “Uomini e Donne”. Nicola Del Carro, un nome in tv, una foto sulle riviste e per ogni ragazza che me la dava dopo una serata in discoteca, un’accusa da parte del pubblico parlante del programma che mi accusava di prendere in giro le cosiddette corteggiatrici ed esser lì solo per la fama. Il bue che dice “cornuto” all’asino…Papà si era arrabbiato al mio debutto in tv, visto e considerato che gli avevo appena fregato seimila euro; eppure quando avevo cominciato a portare a casa qualche soldo dal programma e le successive ospitate a “Buona Domenica” non osava certo lamentarsi. La mamma era più dispiaciuta, come se avessi fatto qualcosa di male. Ma come si era arrabbiata Cristina…
Avevi ragione, Cri, più ancora di mia madre. Mamma era preoccupata come lo sono tutte le mamme quando i figli iniziano ad uscire la sera per andare in gelateria con l’oratorio o quando gli si compra il motorino; tu, però, nonostante la stessa mia età, hai sempre cercato di mettermi in guardia. Non eri felice della mia decisione di pagare una cifra spropositata per farmi fare qualche foto a torso nudo e in effetti sono stato stupido io a fidarmi dell’agenzia. Ma sulla trasmissione… be’, solo un matto avrebbe rifiutato un’occasione d’oro. Ti avrei anche portato in tv, fingendo che fossi una mia ex fiamma con cui ancora mi capitava di flirtare: la produzione era d’accordo e invece niente. Avresti dovuto essere felice per me, quello che è successo dopo non potevamo saperlo… nemmeno tu, sebbene facessi tanto la saccente…
Un film. Dopo il programma, un film. Ben più di quanto osassi immaginare; una storia quanto mai stupida, ma a me pareva un kolossal da pluri premio Oscar. La parte da protagonista, una semifinalista di “Veline” come mia partner, ma soprattutto il Dietro le Quinte, molto più interessante: festini organizzati da produttori e regista dove tra alcool e pastiglie ci venivano presentate ragazze bellissime con chilometri di gambe e gli slip dallo sfilamento facile. Il giorno seguente, con gli occhiali da sole a nascondere lo sfinimento del sesso e della droga, si incontravano le frotte di ragazzine urlanti che si appostavano ore nei pressi del set per una foto scattata di sfuggita; io ero sempre più nervoso e mal sopportavo quei sorrisi, gli abbracci che ero costretto a concedere a favore della mia immagine. Avrei avuto voglia di togliere gli occhiali e urlare “Guardatemi! Sono un drogato, un fallito, lasciatemi in pace”, non vedevo l’ora di rintanarmi nella bottiglia con donne sempre diverse per provare piaceri sempre diversi e nascondermi al mondo. Mia madre passava le notti in bianco ad aspettarmi e puntualmente usciva per cercarmi nel solo posto in tutta Firenze dove pensava potessi essere.
Sempre tu, Cri… Mia madre ci ha sempre sperato in noi due, ma chissà come mai, nulla, nessun noi due… E tu quante volte mi hai coperto? Io non ci provo nemmeno, a contarle… fallo tu, se vuoi. Mi coprivi quando ero sulla barca del mio produttore che mi davo da fare con due ragazze ala volta, mi coprivi quando, strafatto di tutto, venivo a citofonarti alle cinque di mattina e vomitavo sul pavimento del tuo bagno in attesa di un caffè che puntualmente arrivava, insieme alla ramanzina. Lo sapevo, Cri, e non perché adesso sono qui in bottega e so com’è andata a finire; nel momento stesso in cui mi offrivano una pastiglia colorata e l’accettavo, accompagnata da una bottiglia di liquore sapevo che stavo facendo una cazzata e che non sapevo perché la stessi facendo, ma che non potevo evitare di farla.
Che ero un fallito lo sapevo, l’avevo capito nel momento in cui avevo accettato di ridurmi ad un manichino nelle mani di un regista più fallito di me che mi usava a suo piacimento, ma pensavo che dopo il film sarebbe arrivato il successo e avrei potuto essere io stesso a gestire la mia vita.
Un fallimento. Uno schifo su tutti i fronti: del film non me n’era mai fregato nulla, che lo distruggessero pure, ma quando la nave va a picco, l’equipaggio affonda con lei. Ero nel fango fin sopra i capelli, il mio nome era quello di un illuso e le riviste pubblicavano sempre più spesso fotografie del mio viso sfatto e teso. Quando poi aveva cominciato a girare la voce che facevo uso di sostanze stupefacenti, era stato l’inizio della fine. Dovevo un sacco di soldi a chi mi riforniva di pasticche che ormai avevo iniziato ad usare abitualmente dopo il flop cinematografico; senza soldi avevo preso ad inventarmi una serie di scuse per rimandare il momento del pagamento finchè il mio fornitore, spazientito dalla mia faccia tosta non me l’aveva spaccata. Il naso rotto, gli occhi e uno zigomo viola: questo era Nicola. Nicola il pagliaccio! Allora era stata una ragazzinasbucata da chissà dove ad ospitarmi a casa sua, a medicarmi le ferite e a dirmi, col suo silenzio, di tornare a casa.
La tua faccia al mio rientro mi aveva dato il colpo di grazia. Quando ero rimasto senza una lira in tasca non ti avevo chiesto aiuto, Cri: ti avrei dato una delusione troppo grande e sarebbe forse stata la fine di noi due, perché forse aveva ragione mia madre, forse c’è sempre stato “noi due”. E’ stato allora che ho capito che era arrivato il momento; il figliol prodigo ha fatto ritorno a casa e ha piegato la testa. Non ho dovuto supplicare di poter lavorare in bottega: appena le mie condizioni erano migliorate quel tanto che bastava, ho subito iniziato. Ci penso a quella ragazzina, eccome; non passa giorno che non mi chieda chi fosse, come mi avesse trovato in una stradina in periferia e perché mi avesse ospitato a casa sua. Forse era stata una mia fan e mi stava seguendo, non so perché. Forse non mi conosceva nemmeno e le facevo semplicemente pena. Ci penso, alla sua zazzera dalle ciocche azzurre e alle sue ali tatuate sulle spalle; ci penso al suo sguardo silenzioso e carico di parole. Forse è stato un angelo, un’apparizione, ma, insomma, io non ci credo mica a ‘ste cose…
E tu mi vieni a trovare tutte le mattine e mi porti un caffè e io non lo so, Cristina, come farei, come avrei fatto senza di te. Stiamo spesso insieme e ridiamo e parliamo tanto, ma mai di quel periodo; di quello non ne parlo mai. Perché, allora, sei triste? Lo vedo nei tuoi occhi verdi che non sei contenta per me nemmeno questa volta, ma come devo fare? Sono qui, non vedi? Lavoro, cerco di vivere e tu non sei contenta… No, non sei contenta, non devi esserlo: sono qui a lavorare perché sono un fallito e ho sbagliato. Avevo una cosa bella e l’ho appesa al chiodo, l’ho persa perché non avevo capito quanto fosse importante. O l’avevo capito e non me ne importava…
Chiudo il negozio, esco dalla porta e salgo sul motorino di cui mia mamma ha sempre avuto tanta paura; vengo a prenderti, Cri e ce ne andiamo. Non chiedermi dove: non lo so e non m’interessa. Mio padre non capirà, non può capire… o forse sì? Andiamocene via, senza valige né soldi, ma prima passo a prendere la mia chitarra, il mio respiro, il mio futuro, la mia vita.
Stavolta non la perdo, Cri… Stavolta non ti perdo.




