mercoledì, 11 ottobre 2006

Bentornati, Gentili Visitatori... E' passato del tempo, lo so e vi ringrazio per essere tornati. Sedetevi comodi, vi offro da bere e vi racconto una nuova storia 

Di artigianato non ho mai capito un cazzo.

Non chiedermi perché son qui a lavorare: ho paura della risposta. Una botteghina di orologi con le sembianze di un gatto, temperini a forma di stella, delfini che si attaccano alle pareti col biadesivo e nuvolette con scritte che spaziano da “Mi fulmini in un istante, ti amo per una vita” a “Il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t amo”. Direttamente dai Baci Perugina.

Io non lo so modellare, il legno; è mio padre che si occupa di tutto, per me il lavoro consiste nel battere i prezzi alla cassa e fare pacchetti regalo con le etichette che pubblicizzano il negozio.

Fine.
Quando, da bambino mi veniva chiesto “Cosa vuoi fare da grande?” confessavo candidamente “Il chitarrista”, ma avrei detto qualunque altra cosa “L’astronauta, il meccanico, il ballerino”per non rispondere “L’artigiano come papà”. I più subdoli domandavano se mi sarebbe piaciuto fare l’artigiano come papà per mettere alla prova la sincerità di un ragazzetto di otto anni, ma non ho mai ceduto alla menzogna. Non da bambino.

 

Seimila euro. Porca vacca; dodici vecchi  milioni. Chi ce li aveva da spendere per un book fotografico che non mi avrebbe garantito nulla? Io non lavoravo come papà e mamma nella bottega, se non saltuariamente. Avrei dovuto chieder loro un prestito e con che scusa? Non potendomi appellare ad un prossimo matrimonio, né ad un’operazione chirurgica in cliniche private, avevo dovuto optare per un XXX a cui, Dio grazie, i miei credettero senza fare una piega. Servizio fotografico fatto, soldi sborsati e null’altro. Non contavo le porte in faccia e i “le faremo sapere” e l’umiliazione ad ogni sguardo carico di compassione, forse per il confronto con qualche belloccio da sparare dritto su un catalogo di moda. Io nemmeno il “Postalmarket” ero riuscito a conquistare, fanculo

Due mesi e mezzo. Due mesi, sedici giorni e cinque ore; ne mancavano tre al termine della giornata lavorativa, centottanta minuti. Li contavo tutte le volte che infilavo le chiavi nella serratura della porta, le sentivo scorrere lentamente sulla mia pelle, strisciavano dentro di me lasciando una scia di bava indelebile come lumache. Da dove derivi la mia idiosincrasia per l’attività di mio padre, non saprei dirlo; forse quando ogni sera tornava a casa con un porta spazzolini in legno, un appendiabiti, un astuccio in legno dalle più disparate forme non puoi fare a meno di odiarli, ma in realtà a me piacevano. Era la mancanza di ambizione a spaventarmi. Aveva imparato il mestiere da mio nonno che, probabilmente, l’aveva imparato dal mio bisnonno e non avrebbero mai immaginato che la catena, un giorno, si sarebbe interrotta. Papà non aveva mai pensato di fare altro, nella vita, non importava che il lavoro gli piacesse o meno; era quello che i suoi antenati avevano deciso per lui e questo bastava. Ma a me no. A me non importava se era una tradizione di famiglia e se, una volta morto papà, la centenaria bottega avrebbe dovuto chiudere. L’unica cosa di legno che avrei mantenuto sarebbe stata la chitarra, l’altra parte di me: la migliore, a pensarci bene, a pensarci adesso. Fare le cinque di mattina con lei, usarla fino allo sfinimento come una bella ragazza con la sola differenza che la chitarra l’amavo. Un suono sensuale, un suono arrabbiato, un suono malinconico… I miei suoni, il mio respiro, il mio futuro. Ma mio padre non aveva capito, lui non aveva mai avuto un futuro

 

Una poltrona rossa, qualche gnocca provocante, un po’ di starnazzamento come contorno e, soprattutto, tante tante telecamere. Fare “il Tronista” era divertente, una specie di doppia vita: le riprese, le uscite videomonitorate con le ragazze che venivano negli studi televisivi a far finta di essere interessate a me quando, invece, condividevamo la stessa ambizione per la popolarità facile e, una volta fuori da lì, paparazzi curiosi di scoprire come e soprattutto con chi trascorreva le proprie giornate Nicola Del Carro, tronista a “Uomini e Donne”. Nicola Del Carro, un nome in tv, una foto sulle riviste e per ogni ragazza che me la dava dopo una serata in discoteca, un’accusa da parte del pubblico parlante del programma che mi accusava di prendere in giro le cosiddette corteggiatrici ed esser lì solo per la fama. Il bue che dice “cornuto” all’asino…Papà si era arrabbiato al mio debutto in tv, visto e considerato che gli avevo appena fregato seimila euro; eppure quando avevo cominciato a portare a casa qualche soldo dal programma e le successive ospitate a “Buona Domenica” non osava certo lamentarsi. La mamma era più dispiaciuta, come se avessi fatto qualcosa di male. Ma come si era arrabbiata Cristina…

 

Avevi ragione, Cri, più ancora di mia madre. Mamma era preoccupata come lo sono tutte le mamme quando i figli iniziano ad uscire la sera per andare in gelateria con l’oratorio o quando gli si compra il motorino; tu, però, nonostante la stessa mia età, hai sempre cercato di mettermi in guardia. Non eri felice della mia decisione di pagare una cifra spropositata per farmi fare qualche foto a torso nudo e in effetti sono stato stupido io a fidarmi dell’agenzia. Ma sulla trasmissione… be’, solo un matto avrebbe rifiutato un’occasione d’oro. Ti avrei anche portato in tv, fingendo che fossi una mia ex fiamma con cui ancora mi capitava di flirtare: la produzione era d’accordo e invece niente. Avresti dovuto essere felice per me, quello che è successo dopo non potevamo saperlo… nemmeno tu, sebbene facessi tanto la saccente…

Un film. Dopo il programma, un film. Ben più di quanto osassi immaginare; una storia quanto mai stupida, ma a me pareva un kolossal da pluri  premio Oscar. La parte da protagonista, una semifinalista di “Veline” come mia partner, ma soprattutto il Dietro le Quinte, molto più interessante: festini organizzati da produttori e regista dove tra alcool e pastiglie ci venivano presentate ragazze bellissime con chilometri di gambe e gli slip dallo sfilamento facile. Il giorno seguente, con gli occhiali da sole a nascondere lo sfinimento del sesso e della droga, si incontravano le frotte di ragazzine urlanti che si appostavano ore nei pressi del set per una foto scattata di sfuggita; io ero sempre più nervoso e mal sopportavo quei sorrisi, gli abbracci che ero costretto a concedere a favore della mia immagine. Avrei avuto voglia di togliere gli occhiali e urlare “Guardatemi! Sono un drogato, un fallito, lasciatemi in pace”, non vedevo l’ora di rintanarmi nella bottiglia con donne sempre diverse per provare piaceri sempre diversi e nascondermi al mondo. Mia madre passava le notti in bianco ad aspettarmi e puntualmente usciva per cercarmi nel solo posto in tutta Firenze dove pensava potessi essere.

 

Sempre tu, Cri… Mia madre ci ha sempre sperato in noi due, ma chissà come mai, nulla, nessun noi due… E tu quante volte mi hai coperto? Io non ci provo nemmeno, a contarle… fallo tu, se vuoi. Mi coprivi quando ero sulla barca del mio produttore che mi davo da fare con due ragazze ala volta, mi coprivi quando, strafatto di tutto, venivo a citofonarti alle cinque di mattina e vomitavo sul pavimento del tuo bagno in attesa di un caffè che puntualmente arrivava, insieme alla ramanzina. Lo sapevo, Cri, e non perché adesso sono qui in bottega e so com’è andata a finire; nel momento stesso in cui mi offrivano una pastiglia colorata e l’accettavo, accompagnata da una bottiglia di liquore sapevo che stavo facendo una cazzata e che non sapevo perché la stessi facendo, ma che non potevo evitare di farla.

 

Che ero un fallito lo sapevo, l’avevo capito nel momento in cui avevo accettato di ridurmi ad un manichino nelle mani di un regista più fallito di me che mi usava a suo piacimento, ma pensavo che dopo il film sarebbe arrivato il successo e avrei potuto essere io stesso a gestire la mia vita.

Un fallimento. Uno schifo su tutti i fronti: del film non me n’era mai fregato nulla, che lo distruggessero pure, ma quando la nave va a picco, l’equipaggio affonda con lei. Ero nel fango fin sopra i capelli, il mio nome era quello di un illuso e le riviste pubblicavano sempre più spesso fotografie del mio viso sfatto e teso. Quando poi aveva cominciato a girare la voce che facevo uso di sostanze stupefacenti, era stato l’inizio della fine. Dovevo un sacco di soldi a chi mi riforniva di pasticche che ormai avevo iniziato ad usare abitualmente dopo il flop cinematografico; senza soldi avevo preso ad inventarmi una serie di scuse per rimandare il momento del pagamento finchè il mio fornitore, spazientito dalla mia faccia tosta non me l’aveva spaccata. Il naso rotto, gli occhi e uno zigomo viola: questo era Nicola. Nicola il pagliaccio! Allora era stata una ragazzinasbucata da chissà dove ad ospitarmi a casa sua, a medicarmi le ferite e a dirmi, col suo silenzio, di tornare a casa.

 

La tua faccia al mio rientro mi aveva dato il colpo di grazia. Quando ero rimasto senza una lira in tasca non ti avevo chiesto aiuto, Cri: ti avrei dato una delusione troppo grande e sarebbe forse stata la fine di noi due, perché forse aveva ragione mia madre, forse c’è sempre stato “noi due”. E’ stato allora che ho capito che era arrivato il momento; il figliol prodigo ha fatto ritorno a casa e ha piegato la testa. Non ho dovuto supplicare di poter lavorare in bottega: appena le mie condizioni erano migliorate quel tanto che bastava, ho subito iniziato. Ci penso a quella ragazzina, eccome; non passa giorno che non mi chieda chi fosse, come mi avesse trovato in una stradina in periferia e perché mi avesse ospitato a casa sua. Forse era stata una mia fan e mi stava seguendo, non so perché. Forse non mi conosceva nemmeno e le facevo semplicemente pena. Ci penso, alla sua zazzera dalle ciocche azzurre e alle sue ali tatuate sulle spalle; ci penso al suo sguardo silenzioso e carico di parole. Forse è stato un angelo, un’apparizione, ma, insomma, io non ci credo mica a ‘ste cose…

E tu mi vieni a trovare tutte le mattine e mi porti un caffè e io non lo so, Cristina, come farei, come avrei fatto senza di te. Stiamo spesso insieme e ridiamo e parliamo tanto, ma mai di quel periodo; di quello non ne parlo mai. Perché, allora, sei triste? Lo vedo nei tuoi occhi verdi che non sei contenta per me nemmeno questa volta, ma come devo fare? Sono qui, non vedi? Lavoro, cerco di vivere e tu non sei contenta… No, non sei contenta, non devi esserlo: sono qui a lavorare perché sono un fallito e ho sbagliato. Avevo una cosa bella e l’ho appesa al chiodo, l’ho persa perché non avevo capito quanto fosse importante. O l’avevo capito e non me ne importava…

Chiudo il negozio, esco dalla porta e salgo sul motorino di cui mia mamma ha sempre avuto tanta paura; vengo a prenderti, Cri e ce ne andiamo. Non chiedermi dove: non lo so e non m’interessa. Mio padre non capirà, non può capire… o forse sì? Andiamocene via, senza valige né soldi, ma prima passo a prendere la mia chitarra, il mio respiro, il mio futuro, la mia vita.

Stavolta non la perdo, Cri… Stavolta non ti perdo.

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domenica, 06 agosto 2006

Bentornati, Gentili visitatori

Finalmente la Biblioteca ha l'onore di presentarvi la prima Illusione. Accomodatevi... se desiderate un aperitivo, vista l'ora, chiedete pure. Sentite anche voi quel profumo che quasi tutti ricordiamo dalla nostra infanzia? Quella fragranza dolce arrivare dal forno di nonne e mamme...

Odiava cucinare.

Eppure doveva farlo per Chiara, per il suo compleanno; dopotutto era la sua migliore amica, no?

Nell’impastare il dolce, la composizione le si era appiccicata alle mani e sotto le unghie, una delle quali era rimasta scheggiata sbucciando la frutta  ed aveva dovuto rifare la manicure, rimuovendo lo smalto ed applicandone un nuovo strato. Odiava cucinare, si ripeté Regina mentre nella piccola cucina dall’arredamento beige e rosa cominciava a spandersi un odore stomachevole. Buono sì, ma a piccole dosi: dopo una fettina ne avevi già abbastanza. Un po’ come Chiara, zuccherosa e pesante. E Regina ne aveva assaggiata ben più di una fettina; abitavano da anni sullo stesso pianerottolo ed essendo le uniche due ragazze giovani residenti nel condominio, erano inevitabilmente diventate amiche: andavano a fare shopping, a ballare e due anni prima avevano anche organizzato una vacanza al mare insieme. Regina non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui era nato il suo odio nei confronti di Chiara; forse la prima volta che l’aveva vista attraversare il cortile reggendo tra le braccia uno scatolone pieno zeppo di cianfrusaglie era già scattata dentro di lei quella competizione tipica di una donna che si confronta con un’altra donna, nonostante fosse, in tutta onestà, una battaglia già vinta. Regina era la Star indiscussa della scuola media che aveva frequentato ormai più di dieci anni prima ed anche al Liceo era indubbiamente una delle ragazze più carine. Ma lei non voleva essere una delle più carine: doveva essere la più carina, anzi, la più bella. La sua fortuna erano i denti dritti senza che avesse mai dovuto ricorrere all’apparecchio, ma per il resto era una ragazzina graziosa come ce n’erano tante in un Istituto Magistrale. Aveva, allora, dato il via ad un progetto di perfezionamento, diventando la curatrice d’immagine di se stessa: i suoi risparmi erano stati investiti in creme per rassodare pancia, fianchi e seno, una miscela grassissima per ammorbidire le labbra e impacchi nutritivi per la folta chioma castana. Seguiva una dieta abbondante di frutta e verdura e ricca di tisane purificanti che abbinava a tre giorni settimanali di palestra con programmi personalizzati per tonificare glutei e addome. A diciassette anni aveva scoperto il piacere dei colpi di luce biondo miele e accanto alle poltiglie antismagliature era comparsa una maschera esfoliante per la pelle di viso e collo; aveva comprato una speciale spugna di crine per eliminare le impurità dal corpo e la pietra pomice per i piedi. La pelle dalle tonalità tipicamente mediterranee era diventata ancora più scura grazie a un ciclo di lampade abbronzanti una volta alla settimana; trucco e vestiti erano stati l’ultimo gradino della scalata; comprava ogni settimana svariate riviste di moda per essere sempre informata sulle tendenze e sfoggiare prima di qualsiasi altra sua compagna il foulard in seta o la cavigliera di strass. La cura per il proprio corpo, d’altra parte, non le faceva trascurare gli studi di Farmacia né il tirocinio post laurea per cui non ci vedeva nulla di male nel voler essere perfetta. Ora, a ventidue anni, nessuno avrebbe potuto passarle accanto senza rivolgerle uno sguardo ammirato, uomini e donne sconosciuti la fermavano per dirle che era bella o addirittura scattarle una fotografia col telefonino. Era lei, non  Chiara, che i ragazzi si fermavano a guardare incantati in discoteca o in spiaggia; allora perché Chiara tornava a casa con la rubrica del cellulare strabordante di nuovi contatti? I ragazzi la incontravano, le facevano un paio di complimenti, ma poi trascorrevano il resto della serata a chiacchierare con Chiara ed era a lei che telefonavano per incontrarsi la sera successiva. Era Chiara che, in discoteca, veniva invitata a ballare e con cui il D.J. si complimentava al microfono. Perché? Non che Chiara fosse brutta con un bel sorriso aperto e i furbi occhi nocciola, ma le lentiggini sul naso e il viso rotondo facevano di lei più una bambina che una donna; inoltre era esile e minuta senza seno né sedere e il suo abbigliamento era decisamente troppo sportivo.

Ma quando in un locale entrava Chiara, l’attenzione di tutti veniva monopolizzata dalla sua risata argentina. Quella sera, alla sua festa di compleanno, sarebbero stati presenti tutti i ragazzi che Chiara aveva conosciuto negli ultimi tre mesi; con alcuni di loro era anche uscita ed erano rimasti così in buoni rapporti da invitarli a cena a casa sua. Regina li conosceva tutti e per alcuni di loro era anche scattata la scintilla, prontamente spenta dalla presenza della sua amica: ci sarebbero stati Davide, il secchione da cui Chiara prendeva ripetizioni di matematica finanziaria, il noioso Paolo e il buffone del gruppo, come si chiamava…? Guido? Giulio? Chi se lo ricordava? Chiara aveva contattato anche Enrico e Massimo, due fratelli simpatici, ma purtroppo un po’ timidi che, però non avevano assicurato la loro presenza. A Regina non interessava nessuno di quelli, ma data la presenza di Bruno, la situazione cambiava; lui sì che era un uomo vero, non come il resto della marmaglia. L’aria cupa e sempre imbronciata, gli occhi freddi e imperscrutabili, Bruno aveva tutto quello che Regina cercava in un uomo. Quando l’aveva visto la prima volta, si era resa conto che non voleva un ragazzo che la comprasse con qualche frase ad effetto, ma un uomo da conquistare giorno dopo giorno, uno per cui essere sempre la migliore. Si erano conosciuti durante una festa in discoteca. Lui le si era avvicinato con quella camminata da divo e le aveva sfiorato una spalla, facendola rabbrividire; la sua voce era profonda e sensuale quando le aveva detto “Mi presenti la tua amica?”. Bruno era la famigerata goccia che fa traboccare il vaso. Qualcuno, qualche ragazzino dal senso estetico non ancora ben sviluppato avrebbe anche potuto preferire Chiara a lei, davanti alla quale avrebbe potuto soffrire di complessi d’inferiorità, ma non Bruno. Perché, nonostante fosse così bella, sembrava arrivare sempre un passo dopo Chiara? Sempre. Sempre. Sempre.

Il trillo del forno che annunciava la fine della cottura la fece tornare alla realtà; sfornò il dolce e lo tagliò in parti quasi uguali, applicò il gloss color fragola sulle labbra carnose e fece il suo ingresso a casa di Chiara. Erano già arrivati quasi tutti, compresi Massimo che, come sempre sedeva solitario accanto al tavolo del buffet ed Enrico che dichiarò subito di essere leggermente influenzato e che sarebbe tornato a casa subito dopo aver assaggiato la torta. Regina non trovava nulla di affascinante nel gruppo di amici, fatta eccezione per Bruno, ma le riusciva impossibile capire come nessuno di loro trovasse affascinante lei: bella, perfetta, ma niente più. Nessuno di loro le aveva mai chiesto di uscire se non Massimo in un esitante tentativo, subito ritirato quando aveva conosciuto meglio Chiara con la quale si trovava stranamente a proprio agio. Chiara aveva indossato, per l’occasione, una gonna lunga di jeans e una maglietta gialla che le lasciava scoperta una spalla, i capelli castani lisci come spaghetti erano raccolti in una coda alta; non amava molto truccarsi, aveva solo un po’ di lucidalabbra e mascara. Quando Regina entrò, era seduta tra Paolo e Giacomo, ecco come si chiamava, che ridevano di qualche sua battuta: pareva una Regina riverita dai propri sudditi

- Ehi, sei arrivata, finalmente! – esclamò raggiungendola. La baciò e fece per prendere la torta di mele tra le mani, ma Regina scosse la testa facendo ondeggiare i capelli

  Stasera non devi fare nulla, sei la festeggiata – dichiarò decisa - La porto in cucina -

- Sei stata carina a prepararla – continuò Chiara tornando a sedersi – So quanto detesti cucinare -. Regina alzò le spalle – Nessun problema – assicurò – L’ho fatta apposta per te -. Si guardò intorno e, presa una candelina rosa, la infilzò nella fetta più grossa come fosse una bambolina wodoo, sorridendo. Presto, molto presto, gli occhi di tutti sarebbero stati solo per lei.

La festa stava prendendo piede, c’era chi ballava, chi mangiucchiava e chi stava seduto a chiacchierare; tutti sembravano divertirsi molto. Alle dieci suonò il campanello e fece il suo ingresso Claudio il quale, non essendo ancora maggiorenne, aveva dovuto farsi accompagnare dal padre che sarebbe tornato a prenderlo all’una esatta. Claudio, come tutti in quella stanza, aveva una cotta per Chiara, ma coi suoi diciassette anni, la corteggiava in un modo molto tenero: aveva sempre in tasca delle gomme da offrirle, la scarrozzava qua e là in motorino e a lei quelle attenzioni facevano un gran piacere. Quel pomeriggio le aveva fatto recapitare ventidue rose bianche e aveva comprato per lei un ciondolino a forma di farfalla. Non se lo meritava; Chiara non meritava tutto quello. Non era nessuno, solo una ragazzina che con la dolcezza nauseante della sua voce si circondava di adulatori pronti a qualsiasi cosa per un suo sorriso. Regina avrebbe voluto vomitare, ma bisognava avere pazienza; tra breve quegli idioti avrebbero capito chi contava veramente, chi meritava le lusinghe e gli sguardi.

Era già passata mezzanotte quando Chiara, dopo aver scartato i pacchetti colorati, letto a voce alta tutti gli stucchevoli bigliettini che li accompagnavano e aver calorosamente ringraziato ognuno per i regali, decise che era giunto il momento di mangiare la torta. Regina, da annoiata che era, si sentì rinascere. La voce dell’amica che la ringraziava per aver riservato a lei la fetta più grande le fece salire un’eccitazione tale che avrebbe voluto urlare. Trattieniti, Regina… non puoi rovinare tutto proprio ora. Si recò in fretta attorno al tavolo; qualcuno protestò perché non avrebbe potuto fare la foto del taglio della torta, ma Davide, dall’alto della sua saccenza, ribatté che non era il giorno del suo matrimonio e che se ne sarebbe potuto fare a meno. Tutti applaudirono quando Chiara spense la candelina e brindarono mentre Paolo distribuiva le fette agli invitati. Regina tratteneva il fiato, le gambe quasi le cedettero e fu costretta a sedersi

- Be’, - disse a Chiara che si stava accomodando proprio di fronte a lei – come ci si sente ad avere ventidue anni? -. La ragazza ridacchiò – Come prima -. Prese la fetta di dolce tra due mani e la portò alle labbra; gli occhioni castani di Regina diventarono, se possibile, ancora più grandi nel guardare Chiara addentare il suo dolce preferito

Allora? – la sollecitò con un filo di voce – Com’è? -. Chiara esitò, masticando lentamente

Sinceramente…? -.

Quel che successe dopo fu il delirio. Arrivò un’ambulanza, i genitori di Chiara avvisati da Davide minacciarono tutti di farli arrestare e una macchina della polizia costrinse tutti i ragazzi a seguirli nella Centrale per un interrogatorio. Il papà di Claudio cercò di tranquillizzarli, ma fu molto duro con il poliziotto di turno che pareva accusarli di tentato omicidio. Regina fu tartassata visto che era l’autrice del dolce, ma non erano state trovate tracce di veleno per cui non fu trattenuta più del necessario. Albeggiava quando inserì la chiave nella toppa di casa sua; la polizia avrebbe fatto degli accertamenti, ma non aveva trovato prove che potessero incriminarla per cui non l’avrebbero indagata. E mai ne avrebbero trovate: aveva studiato farmacia e conosceva bene quali sostanze svaniscono dal corpo in poco tempo. Durante il tirocinio in una delle Farmacie maggiormente fornite, aveva sottratto un flacone ben nascosto nel magazzino, sostituendolo con altre pastiglie molto simili. Il tirocinio era quasi giunto al termine e quando qualcuno si sarebbe accorto dello scambio, non sarebbero certo risaliti a lei, né ci sarebbero state prove per incolparla dell’omicidio. Si gettò sul letto senza struccarsi, nonostante sapesse che faceva male alla pelle e dormì per tutto il giorno.

Sono passati tre giorni dalla festa di compleanno finita in modo tragico; i genitori di Regina l’hanno chiamata dalla sua città d’origine per sapere come stava e si sono offerti di andare da lei per starle vicino in un momento così difficile come la morte di una cara amica, ma lei rifiuta: preferisce stare sola. Si farà sentire quando avrà voglia di parlare con qualcuno.

- Scusa, mamma… suonano alla porta. Sì, ti richiamo io -. Spegne il cellulare e si avvia all’entrata, scostandosi i capelli dal viso.

- Regina! Mio Dio, sono così contenta di vederti! -. Il viso lentigginoso e i furbi occhi nocciola la guardano dal pianerottolo

- Chiara. Cosa… che cosa ci fai qui? -

- Ehi, che faccia… Sembra che tu abbia visto un fantasma -. Chiara ride di una risata argentina – A parte gli scherzi, sono stata davvero malissimo… pensavano tutti che non ce l’avrei fatta. Invece, - aggiunge con un sorriso – eccomi qua -.

Già – dice Regina, gli occhi fissi su un viso che credeva avrebbe visto d’ora in poi solo su una foto commemorativa.

Torno a casa oggi – dice – I dottori non hanno trovato niente, ma la polizia non è convinta… Io comunque sto meglio -. Alza le spalle – Anzi, molto meglio; ti presento… - Si rivolge a qualcuno che Regina non può vedere – Vieni, dai… Regina, lui è Alessandro – e indica una figura alta dai capelli castani e il sorriso perfetto; indossa un paio di jeans ed una t - shirt azzurra – E’ appena diventato dottore, lavora a gastroenterologia; è lui che mi ha fatto la lavanda gastrica e tutto il resto… Praticamente mi ha salvato la vita -. Lui scrolla le spalle con noncuranza

– Non esagerare – le dice posandole un braccio intorno alle esili spalle. La ragazza gli sorride, poi continua a rivolgersi a Regina, ormai paralizzata – E’ la verità; mi è stato molto vicino in questi giorni. E poi… be’ sai come vanno queste cose, no? Regina? – la chiama, preoccupata – Ehi, Regina… che hai? Non sei contenta per me? -.

Vi è piaciuta la Storia, cari ospiti? Spero di sì... E spero di rivedervi presto per potervene raccontare un'altra.

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categoria:illusioni
martedì, 01 agosto 2006

Benvenuti.

Entrate, entrate pure... Desiderate un bicchier d'acqua fresca? Una coppetta di gelato per rinfrescarvi un po' in questa serata afosa? Prego, scegliete pure l'Illusione che preferite; godetevela seduti comodamente su queste seggiole blu e quando ve ne sarete stancati, posatela e prendetene un'altra... Siamo aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, cosa volete di più?

Come dite? Non ci sono... Certo, che sbadata! No, non ci sono Illusioni. Non ancora. Stasera è la serata dell'inaugurazione. Tra pochi giorni potrete davvero leggere tutti i miei sogni nel cassetto: ebbene sì, ho deciso di aprirlo per voi. E anche per me, certo. Sono una semplice Bibliotecaria che sognava fino a poco tempo fa di diventare scrittrice... Ma che, ahimè, è destinata a non sfondare nel mondo dell'editoria e, quindi, ha dovuto depositare per sempre i propri sogni di gloria. Troppa gloria, ma soprattutto troppi sogni perchè potessero diventare realtà. Un saggio di cui, dovete scusarmi, non ricordo il nome diceva "Il Piacere si fonda sull'illusione; la felicità si fonda sulla Verità". Ebbene, per questo ho deciso di metter via le mie fantasticherie, le mie storie di una vita... era troppo doloroso vivere nel sogno di diventare famosa. E mi sono resa conto che per archiviare definitivamente i miei sogni dovevo affrontarli, viverli fino in fondo e, perchè no, farli vivere a chiunque entri nella mia Biblioteca.

Dopo averli letti potete compliare il breve "Commentario" oppure uscire silenziosamente dalla stanza. Se non vi saranno piaciuti, dimenticateli ed io prometto che non mi offenderò. Ma se vi saranno piaciuti, per favore, portateli a casa con voi perchè non c'è nulla di più bello per un' ex aspirante scrittrice che arrivare al cuore di una persona. Anche di una sola...

postato da: DolceOssessione alle ore 22:07 | Permalink | commenti (1)
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